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Pianura Padana, l’allarme degli allevamenti intensivi

Scitto da Redazione
Maggio 28, 2026

Bovini responsabili dell’84% dei gas serra zootecnici. Smog, ammoniaca e cambiamento climatico: il recente report di Greenpeace riaccende il dibattito sull’impatto ambientale della zootecnia intensiva nel Nord Italia

La Pianura Padana continua a essere una delle aree più inquinate d’Europa e, secondo il nuovo rapporto “Padania avvelenata” diffuso da Greenpeace Italia, una parte significativa del problema sarebbe legata agli allevamenti intensivi di bovini, suini e avicoli. Il dossier, elaborato con il supporto scientifico dell’Università di Siena e dell’unità di ricerca Ecodynamics Group, punta i riflettori soprattutto sulle emissioni di ammoniaca e gas serra prodotte dal comparto zootecnico nell’eco-regione padana.

L’impatto degli allevamenti sulla qualità dell’aria

Secondo i dati analizzati da Greenpeace, tra il 2017 e il 2023 le emissioni generate dagli allevamenti sarebbero rimaste sostanzialmente stabili, nonostante la crescente attenzione pubblica verso la qualità dell’aria e la sostenibilità ambientale. Nell’ultimo anno preso in esame, l’area avrebbe prodotto oltre 162 mila tonnellate di ammoniaca e circa 12,7 milioni di tonnellate di gas serra legati alle attività zootecniche.

Il dato più significativo riguarda il peso degli allevamenti bovini. Secondo il report, i bovini sarebbero responsabili del 65% delle emissioni di ammoniaca e addirittura dell’84% dei gas serra derivanti dall’intero comparto zootecnico della Pianura Padana. Una percentuale che riapre il confronto tra produttività agricola, salute pubblica e sostenibilità ambientale.

Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna tra le aree più critiche

La ricerca evidenzia inoltre come Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna concentrino gran parte della produzione intensiva italiana. In queste regioni si troverebbero circa il 60% dei bovini allevati nel Paese e oltre l’80% dei suini.

Province come Brescia, Cremona e Mantova emergono come veri hotspot emissivi, con elevati livelli di ammoniaca prodotti dagli allevamenti intensivi. La sola provincia di Brescia, secondo Greenpeace, contribuirebbe a quasi il 15% delle emissioni complessive di ammoniaca dell’intera Pianura Padana.

Perché l’ammoniaca è un problema sanitario

L’ammoniaca non è soltanto un indicatore ambientale legato agli allevamenti. Una volta dispersa nell’atmosfera, infatti, reagisce con altri composti formando particolato secondario fine PM2.5, considerato tra gli inquinanti più pericolosi per la salute umana.

Le polveri sottili penetrano profondamente nei polmoni e nel sistema cardiovascolare, aumentando il rischio di malattie respiratorie, cardiovascolari e mortalità precoce. Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, l’Italia continua a registrare uno dei più elevati numeri di decessi prematuri collegati all’inquinamento atmosferico.

Monitoraggio dell’ammoniaca negli allevamenti: cosa prevede la normativa

Negli ultimi anni il tema del monitoraggio ambientale negli allevamenti è diventato sempre più centrale anche dal punto di vista normativo. A livello europeo, la Direttiva NEC 2016/2284/UE impone agli Stati membri obiettivi di riduzione delle emissioni nazionali di ammoniaca entro il 2030, obbligando i governi a predisporre programmi di controllo delle emissioni provenienti soprattutto dal settore agricolo e zootecnico.

A questo si aggiunge la Direttiva sulle Emissioni Industriali (IED) 2010/75/UE, recentemente aggiornata, che prevede autorizzazioni ambientali specifiche per gli allevamenti intensivi di grandi dimensioni. In molti casi gli impianti devono adottare le BAT (Best Available Techniques), cioè le migliori tecnologie disponibili per ridurre le emissioni in atmosfera, comprese quelle di ammoniaca.

In Italia il riferimento operativo è rappresentato dall’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), obbligatoria per numerose strutture intensive. Gli allevamenti soggetti ad AIA devono monitorare diversi parametri emissivi e dimostrare il rispetto delle prescrizioni ambientali previste dagli enti competenti regionali e provinciali.

Sempre più regioni italiane stanno inoltre introducendo linee guida e controlli specifici per il contenimento delle emissioni ammoniacali, soprattutto nelle aree della Pianura Padana, dove le condizioni climatiche e geografiche favoriscono il ristagno degli inquinanti atmosferici.

Sensori e monitoraggio ambientale continuo negli allevamenti

Il monitoraggio continuo dell’ammoniaca sta diventando uno degli strumenti più importanti per la gestione sostenibile degli allevamenti moderni. Sensori ambientali intelligenti consentono oggi di controllare in tempo reale la concentrazione di NH3, temperatura, umidità, anidride carbonica e particolato, migliorando sia il benessere animale sia la sicurezza degli operatori.

In ambienti ad alta densità zootecnica, livelli elevati di ammoniaca possono infatti causare problemi respiratori agli animali, ridurre le performance produttive e aumentare i rischi sanitari per chi lavora all’interno delle strutture.

Le nuove piattaforme di monitoraggio ambientale integrate permettono inoltre di raccogliere dati utili per la sostenibilità aziendale, la conformità normativa e la riduzione dell’impatto ambientale degli allevamenti intensivi.

Il nodo tra sostenibilità e filiera agroalimentare

Il tema resta comunque delicato. La zootecnia rappresenta un comparto strategico dell’economia italiana e sostiene filiere agroalimentari riconosciute in tutto il mondo. Tuttavia, la crescente attenzione verso la qualità dell’aria, il cambiamento climatico e la salute pubblica sta spingendo istituzioni e imprese verso modelli produttivi sempre più sostenibili.

In questo scenario, il monitoraggio ambientale continuo potrebbe diventare uno degli strumenti chiave per conciliare competitività, tutela ambientale e innovazione tecnologica nel settore agricolo e zootecnico italiano.

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